8° viaggio umanitario in Ucraina
A fine agosto scorso, Padre Pavlo, parroco della cattedrale di San Nicola a Kiev, ci aveva inviato un drammatico messaggio vocale per documentare come negli ultimi due giorni la capitale fosse stata investita da un vero e proprio “inferno di fuoco”: centinaia di missili e droni avevano fatto una quarantina di vittime, centinaia di feriti e distrutto case, scuole e ospedali. Mai lo avevamo sentito così in apprensione, mai così preoccupato per la sorte dei suoi parrocchiani.
Sapendo del nostro programma di recarci a Kiev, ci aveva sollecitato anche con delle richieste specifiche quali una fotocopiatrice, un microonde, una batteria tampone per un suo parrocchiano disabile, per rendere meno precaria e difficile la sua vita a causa dei sempre più frequenti tagli della corrente elettrica. Con Giovanni Abriola, l’ormai consueto compagno di viaggio, abbiamo quindi accelerato l’organizzazione dell’8° viaggio umanitario in Ucraina, procurando anche 2 generatori elettrici, 3 batterie tampone e lampade ricaricabili. Come sempre abbiamo anche portato una decina di carrozzine elettriche e manuali, due letti ortopedici elettrici e altri ausili sanitari, per venire incontro ai bisogni di alcuni di quei 120.000 disabili e mutilati causati da questa assurda guerra; in questo sono stati nuovamente straordinari gli amici del Centro Mobilità & Benessere di Udine, che si occupano di disabilità. Completavano il carico un po’ di materiale scolastico, vestiario invernale e scarpe pesanti (donati dalla ditta CMP Fratelli Campagnolo), più coperte e altro vestiario.
Il viaggio di 2.000 chilometri non ha comportato particolari problemi, se non una lunghissima fila alla frontiera tra Polonia e Ucraina: ormai è una cosa consolidata, dal momento che a superarla non ci abbiamo mai messo meno di 4 ore, sia all’andata che al ritorno. L’arrivo a Kiev invece è stato caratterizzato da un bel problema, dal momento che la città era sotto attacco missilistico e non funzionavano più né il navigatore satellitare né il cellulare. In alcuni quartieri mancava anche l’elettricità, per cui a un certo punto non sapevamo più dove eravamo. Alla fine per fortuna Giovanni è riuscito a collegarsi via Whatsapp con Padre Pavlo, che ha inviato un parrocchiano in nostro soccorso. Finalmente alle 20 potevamo scaricare il furgone nei sotterranei della cattedrale di San Nicola, mentre in lontananza si sentivano ripetuti boati causati dai missili e dai droni esplosivi. L’attacco è durato buona parte della notte ma, ma eravamo davvero stanchi morti e le bombe cadevano lontano, non ce ne siamo neppure accorti.
Il giorno successivo abbiamo però potuto costatare di persona gli effetti dell’attacco missilistico di fine agosto, quando abbiamo visto alcuni degli edifici distrutti dalle bombe. Davvero impressionate cosa può fare anche un singolo missile! Il grande orologio posto sulla facciata di uno dei palazzi completamente bruciati si è fermato alle ore 6.25. Rientrando in parrocchia abbiamo anche fatto una breve sosta in Piazza Maidan, dove non si contano più le foto che ricordano i militari uccisi in questi ultimi 4 anni. Di fronte a questa guerra che non accenna a finire e anzi mostra ogni giorno un aumento di dolore, la sera prima della nostra partenza per l’Italia, abbiamo chiesto a Padre Pavlo e ai suoi confratelli se davvero valesse la pena prendere un furgone, percorrere 4.000 chilometri per dare risposta ai bisogni di un numero davvero piccolo di persone. È stato confortante trovare in loro la conferma di una risposta che, pochi giorni prima della partenza, avevo letto sul giornale Avvenire: “Un mondo in cui anche una sola persona soffre meno è un mondo migliore”. Frase che ISP conosce molto bene, perché è proprio l’obiettivo per cui siamo nati 43 anni fa e continuiamo ancora oggi a operare in 29 Paesi del mondo.
Piergiorgio Da Rold