In Ucraina nessuno è al sicuro, tutti sono un bersaglio!

Settimo viaggio umanitario di “Insieme si può…” in Ucraina

Dopo aver percorso oltre 1.000 chilometri all’interno dell’Ucraina, dopo un’ora di coda nel traffico caotico della capitale Kiev, dopo aver ammirato palazzi dalle linee avveniristiche in costruzione un po’ ovunque, una domanda sorge spontanea: “Ma questo è davvero un Paese in guerra?”. A prima vista sembrerebbe proprio di no. Dalle strade sono stati rimossi i posti di blocco nei pressi di ponti o all’entrata delle principali città e sono recentemente quasi spariti anche i grandi cartelloni stradali che esaltavano l’eroismo dei militari nella difesa della patria. Gli unici segnali militari che abbiamo visto sono state lunghe colonne di camion che trasportavano mezzi blindati verso la linea del fronte.

Il settimo viaggio umanitario ha ricalcato quello effettuato lo scorso mese di novembre. Come allora, il nostro furgone era stracarico di 3 generatori elettrici, una decina di carrozzine per disabili (due quelle elettriche), materiale scolastico e sanitario, due letti ortopedici, coperte, vestiario e scarpe pesanti. Come sempre la nostra meta era la cattedrale cattolica di San Nicola, dove è parroco padre Pavlo Vyshkovskyi, che nei prossimi giorni provvederà a recapitare a chi ne ha bisogno tutto il materiale portato. Nel furgone è rimasta solo una carrozzina elettrica destinata a un bambino disabile, Lucian, ospite in un istituto nella città di Ternopil, dove la volta scorsa avevamo portato alla Caritas viveri e materiali per bambini vittime di una grave crisi umanitaria dovuta al bombardamento di missili russi, che avevano praticamente raso al suolo alcuni palazzi e causato una quarantina di morti e centinaia di feriti.

È lì che, con l’amico e autista Giovanni Abriola, ci rechiamo dopo aver lasciato Kiev. La consegna della carrozzina a Lucian, bimbo orfano di 9 anni con disabilità alle gambe, al braccio destro e con una grave forma di macrocefalia, si trasforma subito in un momento davvero speciale, che ripaga anche della fatica dei tanti chilometri percorsi per arrivare lì. Come lo scorso anno, ad accoglierci e a farci da guida sono padre Roman e padre Eugenio, preti cattolici di rito orientale, entrambi sposati con due figlie.

Con loro pranziamo in riva al lago che si trova al centro della città di Ternopil. I loro racconti ci confermano che sì, la guerra c’è – eccome se c’è – e che sta facendo molto male, sia fisicamente che moralmente e spiritualmente. Padre Eugenio ci parla di un militare che è rientrato a casa da una settimana in virtù di uno scambio di prigionieri con la Russia. Il problema è che di quell’uomo lui aveva fatto il funerale un paio d’anni fa: di lui erano stati ritrovati un dito e alcuni denti e, risaliti alla sua identità e senza nessun’altra notizia, le autorità avevano stabilito che era morto in battaglia.

Un altro segnale che la guerra continua a colpire duramente è nel fatto, di volta in volta sempre più evidente, che i cimiteri situati nei pressi delle chiese sono purtroppo sempre più grandi, con nuove tombe coperte di fiori e di tante bandiere gialle e blu.

Quando siamo ormai in vista della frontiera con la Polonia, sulla strada del ritorno, padre Pavlo ci invia un filmato da Kiev: un drone esplosivo alle 18.45 ha colpito un palazzo in città, situato non molto lontano dal condominio dove abbiamo dormito anche noi due notti. Il pensiero corre ai quartieri di Irpin, di Borodianka e al villaggio di Moshchun, dove nei viaggi precedenti abbiamo constatato di persona i devastanti effetti dei bombardamenti di missili e droni, e dove abbiamo capito che in Ucraina nessuno è mai al sicuro: tutti sono “sotto tiro”, giorno e notte.

Anche questa volta a noi è andata bene, visto che durante la nostra permanenza le sirene che allertano dell’arrivo delle bombe (a volte succede anche due o tre volte, soprattutto di notte) sono rimaste silenziose e non è mai mancata la corrente elettrica, cosa che invece accade quasi ogni giorno per molte ore.

Sì, purtroppo la guerra c’è e sta sfiancando la popolazione, che non vede segnali di una sua prossima conclusione. Alla fine di una lunga ed estenuante serie di controlli, superata finalmente la dogana, non ci resta che esprimere un augurio e una speranza: che presto ci sia Pace per l’Ucraina.

Piergiorgio Da Rold