La resilienza del cuore
Questo mese utilizziamo questa rubrica non per una vera e propria intervista, ma per la pubblicazione di un estratto della lunga lettera (che potete trovare integralmente sul nostro sito a questo link) che abbiamo ricevuto a marzo da Yasser Al-Ghalayini, il marito di Wajiha, la giovane mamma palestinese di 31 anni di Gaza City malata di cancro, che “Insieme si può…” sta sostenendo da alcuni mesi garantendole le cure mediche necessarie per sopravvivere.
“Mi chiamo Yasser Al-Ghalayini e ho 36 anni. Lavoravo come assistente cuoco in un hotel a Gaza e vivevo una vita tranquilla e stabile con la mia piccola famiglia prima dello scoppio della guerra nel 2023.
La mia bellissima moglie, Wajiha, ha 31 anni. È una casalinga che dal 2021 soffre di un tumore alla tiroide, in seguito diffusosi ai linfonodi. Nonostante la gravità della malattia, ha sempre mantenuto il sorriso e la pazienza — soprattutto per il bene del nostro unico figlio, Ammar, che ha 11 anni, è uno studente diligente e pieno di vita.
Dalla scoperta della malattia di mia moglie abbiamo iniziato il nostro lungo percorso di cura, che richiedeva viaggi a Il Cairo di tanto in tanto per ricevere la terapia con iodio radioattivo, non disponibile nella Striscia di Gaza. Nonostante tutte le difficoltà, la nostra vita procedeva a un ritmo normale e cercavamo di mantenere la nostra routine familiare il più possibile.
Fino a quando arrivò il giorno nero: il 7 ottobre 2023.
Quella mattina, Ammar si stava preparando per andare a scuola, indossando la sua divisa e portando lo zaino con un sorriso. Pochi minuti prima che stesse per uscire, i suoni delle esplosioni riecheggiarono in tutta la città e ricevemmo una chiamata dalla scuola che ci informava della sospensione delle lezioni fino a nuovo avviso. Notizie terrificanti iniziarono rapidamente ad arrivare attraverso le stazioni televisive e radiofoniche, e in quel momento non avevamo idea che le nostre vite stavano per essere completamente sconvolte.
I giorni successivi furono pesanti e pieni di paura, fino al 13 ottobre 2023, quando ricevemmo una chiamata dall’esercito israeliano che ci ordinava di “evacuare immediatamente” la nostra zona nella città di Gaza e dirigerci verso sud, nell’area di Al-Mawasi.
La decisione fu straziante, ma non avevamo altra scelta se non fuggire per salvare le nostre vite. Lasciammo tutto: la casa, i ricordi, le fotografie e il profumo dei giorni che avevamo vissuto lì. Ci dirigemmo verso il campo profughi di Nuseirat, nel sud, dove trovammo rifugio nella casa di un parente. La casa era sovraffollata, ospitava più di cento persone, uomini, donne e bambini tutti sfollati come noi, alla ricerca di una sicurezza che non esisteva più. Mia moglie malata non poteva più accedere alle sue cure, né riusciva anche solo a trovare un posto dove riposare comodamente. […]
Nel giorno fatidico del 18 ottobre 2023, ricevemmo una chiamata che cambiò tutto ciò che restava della nostra vita. La mattina era relativamente tranquilla finché il telefono squillò, portando la peggiore notizia che una persona possa sentire: la casa della famiglia di mia moglie nella città di Gaza era stata colpita, e diciotto membri della sua famiglia erano stati martirizzati.
Lo shock fu insopportabile. Mia moglie crollò completamente, la sua salute mentale e fisica peggiorò e non trovammo né medicine né medici per alleviare il suo dolore, poiché gli ospedali erano sovraccarichi e incapaci di accogliere pazienti in mezzo alla guerra e alla distruzione.
La nostra sofferenza continuò per più di due mesi nel campo di Nuseirat, in condizioni dure, fino a quando ricevemmo un’altra chiamata dall’esercito israeliano che ci ordinava di evacuare nuovamente l’area e spostarci verso quella che veniva chiamata la “zona sicura” a Mawassi, Khan Younis. Non avevamo scelta se non partire ancora una volta, appesantiti dalla paura e dalla stanchezza. Arrivammo a Mawassi, e iniziò una nuova fase di smarrimento e difficoltà. Non trovammo alcun rifugio o tenda in cui vivere, così fummo costretti a rimanere all’interno della nostra piccola auto che divenne il nostro unico rifugio per me, mia moglie malata, mio figlio, mia madre, mia sorella e io.
Vivemmo giorni indimenticabili di privazione e sofferenza: niente cibo, niente acqua, nemmeno un bagno per i nostri bisogni, quindi dovemmo affidarci ad alcune persone del posto dal cuore gentile anche per le necessità più semplici. Il 12 gennaio 2024, dopo mesi di sfollamento, riuscimmo finalmente a trovare un piccolo appartamento in affitto a Rafah con due stanze, una cucina e un bagno. Ma era di 1.000 dollari al mese, una cifra ben oltre le nostre possibilità: non avendo altra opzione, vendetti la nostra unica auto per assicurare l’affitto e provvedere a una parte delle spese necessarie. […]
Dopo tre mesi di vita a Rafah, il proprietario venne a dirci che dovevamo lasciare l’appartamento a causa della nostra incapacità di pagare l’affitto. Non avevamo dove andare, così il 5 aprile 2024 fummo costretti a fuggire ancora una volta verso l’area di Zawaida, nel centro della Striscia di Gaza. Lì, montammo una piccola tenda sul terreno di uno dei parenti di mia moglie e costruimmo accanto una stanza modesta fatta di mattoni e lamiera, che utilizzavamo quando necessario. […]
Poi arrivò il giorno tanto atteso, il 27 gennaio 2025, un giorno che non potrà mai essere dimenticato. Fu annunciata una tregua umanitaria di 60 giorni, permettendo agli abitanti di Gaza di tornare nelle loro città. Non posso descrivere le emozioni che provammo in quel momento: gioia mescolata a lacrime, come se stessimo rinascendo dopo una lunga morte. Decidemmo di tornare immediatamente nella nostra amata Gaza. Non c’erano auto né mezzi di trasporto, così percorremmo a piedi 16 chilometri da Zawaida a Gaza: il viaggio durò quattro ore consecutive di cammino tra macerie, paura e stanchezza, ma la speranza del ritorno era più forte di qualsiasi dolore.
Quando arrivammo nella città di Gaza, lo shock fu indescrivibile. Le strade della mia città, un tempo piene di vita, erano diventate rovine silenziose. Le case erano distrutte, le strade cancellate e l’aria era densa dell’odore di tristezza e cenere. Quando raggiungemmo la nostra casa, che avevamo lasciato più di un anno prima, la trovammo saccheggiata e parzialmente distrutta. Tutto ciò che avevamo costruito negli anni di duro lavoro e ricordi era scomparso o distrutto. Nonostante tutto questo, non ci siamo spezzati. Iniziammo subito a pulire la casa, rimuovendo la polvere, sistemando ciò che restava dei mobili rotti, cercando di riportare la vita al suo interno. […]
Dopo sessanta giorni di tregua, mentre speravamo in un momento di calma, fummo svegliati nelle ore tarde della notte dal rombo degli aerei israeliani che bombardavano le aree vicine. Fu un vero momento di shock: la guerra era tornata come se non si fosse mai fermata. Non era solo una ripresa dei combattimenti, ma l’inizio di una fase ancora più dura, con tutti i valichi commerciali completamente chiusi e gli aiuti umanitari bloccati dall’entrare a Gaza.
Durante il Ramadan, il mese della misericordia, la carestia si abbatté su di noi. Non c’erano cibo, né bevande, né medicine. E se qualcosa era disponibile, i prezzi erano astronomici: un chilogrammo di farina raggiunse i 30 dollari, a malapena sufficienti a nutrire tre persone per un giorno. Sopravvivevamo con un solo pasto al giorno, giusto per riuscire a stare in piedi. […] Fu una fase dolorosa, ma rivelò anche la resilienza dello spirito umano di fronte alle avversità.