Il primo viaggio, il mal d’Africa
Viaggiare è diventato sempre più facile e alla portata di molti. In poche ore si può arrivare ovunque utilizzando auto, treni, aerei sempre più veloci. Si viaggia per lavoro, ma sempre di più per vacanza e per conoscere altri Paesi e culture.
Io ricordo ancora con grande emozione il mio primo vero viaggio. Dopo 44 anni la memoria dei giorni trascorsi in Uganda nel 1982, è, infatti, ancora vivissima. Da quella prima esperienza ho portato a casa tanti ricordi, alcuni belli, altri dolorosi, ma soprattutto la coscienza di essere stato contagiato da una malattia incurabile chiamata “mal d’Africa”.
Dopo oltre 80 viaggi in tutto il mondo, posso dire che un viaggio umanitario-missionario non è un’esperienza che si possa improvvisare…
Partire significa non portarsi appresso “un metro quadrato d’Italia”, ma lasciare a casa la propria vita, le proprie certezze e comodità, il proprio modo di pensare, la tentazione di fare paragoni ed esprimere giudizi.
Viaggiare significa sapersi immergere nella vita degli altri per scoprirne le ricchezze e adattarsi a spostamenti faticosi e a volte pericolosi, a cibi strani, per godere della straordinaria opportunità di arricchirsi sul piano umano, spirituale, culturale.
Ritornare, infine, significa “non dimenticare” ciò che si è visto e vissuto, ma lasciare che questo penetri dentro al cuore per contaminarlo fino in fondo.
A tal proposito, il più bel complimento ricevuto alla fine del mio primo viaggio è stato certamente quello di Kajondo, l’autista del camion con cui avevo condiviso tutti gli spostamenti all’interno dell’Uganda (all’incirca 3.000 chilometri!). Al momento dei saluti, mi disse: “You are not Muzungu, you are Ugandan” (“tu non sei uno straniero, ma un ugandese”).
Piergiorgio Da Rold