Esserci, in uno scatto

Matteo Crema è il fotografo che dal 2021 mette il suo talento artistico a disposizione di ISP nel ritrarre i volti dei testimonial presenti nel report annuale dell’Associazione “365 giorni”. Nell’intervista ci racconta come si svolgono questi momenti e l’importanza, prima di scattare, di conoscere la storia di ogni singola persona, per restituirne poi l’autenticità e per valorizzare il senso della sua presenza e del suo impegno verso gli altri.

Presentati brevemente.
Sono un fotografo professionista da oltre 15 anni. Mi occupo delle relazioni umane: matrimoni, cerimonie, famiglie, fidanzamenti, ritratti. Il mio sguardo nasce dalla fotografia di strada e dall’ispirazione dei grandi maestri del passato: cerco momenti autentici, gesti spontanei e quelle emozioni che spesso raccontano più di molte parole.

Come ti definisci in tre parole?
Curioso, semplice e gentile.

Come definiresti ISP in tre parole?
Comunità, generosità e impegno.

Come hai conosciuto ISP?
Conoscevo “Insieme si può…” già da molti anni, anche grazie a mia madre, che ha sempre seguito e sostenuto le iniziative attraverso donazioni e acquisti. In seguito ho ritrovato Daniele, che conoscevo fin da giovane e che oggi è direttore dell’Associazione: da quell’incontro è nata l’occasione di avvicinarmi ancora di più a ISP e di iniziare questa collaborazione.

Cosa ha fatto scoccare in te la “scintilla” dell’impegno concreto e qual è la “benzina” che nel tempo ha tenuto vivo e fatto proseguire questo tuo impegno con ISP?
La “scintilla” è nata dall’incontro tra la mia naturale propensione alla condivisione e la possibilità di mettere la fotografia al servizio di un progetto che sentivo vicino ai miei valori. Ogni lavoro fotografico è anche un’occasione per riflettere su ciò che si vuole comunicare attraverso le immagini; in questo caso, i valori di aiuto, condivisione e attenzione alle persone di “Insieme si può…” hanno dato un significato ancora più profondo al mio contributo.
La “benzina” che ha mantenuto vivo l’impegno, anno dopo anno, è soprattutto l’incontro con persone sempre diverse. In poco tempo cerco di conoscerne almeno un frammento di storia e di creare la fiducia necessaria per fotografarle in modo autentico. Ho incontrato persone disponibili, gentili e profondamente empatiche: è questo lato umano, prima ancora della fotografia, a rendere ogni sessione stimolante e a farmi desiderare di continuare.

Quando e come è nata la tua passione per la fotografia?
La mia passione per la fotografia è nata molto presto. Ho un ricordo vivido del matrimonio di una zia: avevo circa dieci anni e giravo tra i tavoli con una piccola macchina fotografica automatica a pellicola, di quelle semplici che si portavano in vacanza. Fotografavo parenti, amici, volti e dettagli, spinto soprattutto dalla curiosità. È il primo ricordo nitido del mio incontro con questo mezzo espressivo. La passione vera e propria è cresciuta poi durante gli anni universitari a Trieste. Le strade e l’atmosfera della città mi hanno portato ad approfondire la fotografia in modo più consapevole, avvicinandomi in particolare alla fotografia di strada. Ho imparato molte tecniche da autodidatta, anche grazie alle risorse che si trovano online, e da lì il desiderio di farne un lavoro è diventato sempre più chiaro. Dopo la laurea mi sono trasferito a Belluno, iniziando questa avventura come fotografo professionista.

Qual è secondo te la forza narrativa della fotografia?
Per me la forza narrativa della fotografia sta spesso nei piccoli gesti, nel non detto e in quei momenti che sembrano secondari. Un’espressione, una postura o uno sguardo possono rivelare molto di più di una scena costruita: a volte basta un attimo per definire il senso di un incontro, di una relazione o di un’intera giornata.
È uno sguardo che cerco di portare anche nel mio lavoro. La fotografia professionale richiede naturalmente attenzioni alle esigenze di chi si affida a me, ma provo sempre a lasciare spazio alla mia curiosità e a cercare qualcosa di autentico, inatteso, vivo. Mi interessa una narrazione empatica, che non forzi le presone e che le restituisca per ciò che sono.
Tra i fotografi che sento più vicini c’è Elliott Erwitt: ammiro la sua capacità di osservare il modo con una chiave mai scontata, giocando con luce, composizione e con gli elementi che entrano nell’inquadratura. Nel suo lavoro c’è uno sguardo curioso, quasi infantile nel senso più bello del termine: onesto, leggero e capace di non prendersi troppo sul serio. È un tipo di narrazione che mi appartiene molto e che cerco di coltivare.
Esistono naturalmente fotografie che affrontano la sofferenza, le disuguaglianze e gli aspetti più duri della realtà: sono racconti importanti, che richiedono esperienza, sensibilità e un coinvolgimento profondo. Io non ho vissuto direttamente quei contesti e non sento che quello sia la mia ricerca. Credo che ogni fotografo debba seguire con onestà le proprie inclinazioni emotive: la mia va verso le reazioni, la quotidianità, le piccole cose e una fotografia capace di creare empatia con le persone che ritrae.

Dal 2021 metti a disposizione il tuo talento artistico per il report annuale “365 giorni”, fotografando i testimonial di ISP. Ci racconti come si svolge il tutto?
Tutto parte solitamente da una telefonata di Daniele, spesso nel pieno dei suoi molti impegni: questo racconta bene la sua dedizione e l’energia con cui segue ogni parte della vita dell’Associazione. Ricevuti i contatti dei testimonial, li raggiungo uno a uno per raccogliere la disponibilità e organizzare gli appuntamenti. Nei primi anni mi spostavo direttamente nelle loro case; oggi, con l’aumento dei miei impegni professionali, cerchiamo di concentrare gli incontri presso la sede dell’Associazione. Porto con me l’attrezzatura necessaria per realizzare ritratti omogenei tra loro, sia nella luce sia nell’inquadratura, così da dare al report “365 giorni” un linguaggio visivo coerente.
La parte più importante, però, viene prima della fotografia: è parlare con le persone e concedersi il tempo di conoscerle un po’. Molti arrivano timidi o impacciati davanti all’obiettivo e pensano di non essere portati per farsi fotografare. Cerco allora di mettermi sulla loro stessa lunghezza d’onda, senza giudizi e senza forzature, aiutandoli a rilassarsi e a sentirsi a proprio agio. Solo dopo entrano in gioco gli aspetti tecnici: luce, inquadratura, espressioni. L’obiettivo è restituire un volto disteso e autentico, capace di comunicare a chi lo guarda l’affetto e l’impegno che quella persona dedica a “Insieme si può…”.

Quali sono le caratteristiche delle persone che cerchi di cogliere in questi scatti?
Nei miei scatti cerco soprattutto uno sguardo sereno e autentico, in cui si percepisca la speranza, la fiducia e il desiderio di far parte di una comunità. Mi interessa cogliere quel piccolo momento in cui la persona si rilassa e lascia emergere qualcosa di sé, senza pose costruite. Vorrei che ogni ritratto comunicasse, a chi sfoglia il report annuale “365 giorni”, non soltanto il volto di un volontario o di un testimonial, ma anche il senso del suo esserci: la disponibilità a dedicare tempo ed energie agli altri e la convinzione di appartenere a una realtà che prova concretamente a fare del bene.

Quali sensazioni provi durante la realizzazione delle foto?
Durante la realizzazione delle foto provo sensazioni molto positive. Prima di tutto, il privilegio di poter fare un lavoro che amo: ogni incontro è un’occasione per osservare, ascoltare e creare qualcosa insieme a un’altra persona. C’è divertimento, soprattutto nel momento in cui si scioglie la tensione iniziale e nasce una relazione spontanea. C’è connessione, anche se breve, perché ogni ritratto richiede attenzione e fiducia reciproca. E infine c’è appagamento: vedere una persona riconoscersi in un’immagine, sentirsi a proprio agio e valorizzata, è una delle parti più belle del mio lavoro.

Cosa ti auguri per il futuro di “Insieme si può…”?
Mi auguro che ISP possa continuare a crescere, coinvolgendo nuovi volontari e sostenitori e dando vita a sempre più progetti capaci di portare aiuto concreto, qui vicino e nel mondo. In un tempo in cui può sembrare più difficile sentirsi parte di una comunità e mantenere uno sguardo di vicinanza verso gli altri, credo sia fondamentale che realtà come questa continuino a diffondere un messaggio di solidarietà, responsabilità e collaborazione. Mi auguro che ISP riesca mantenere viva questa capacità di unire le persone e di trasformare la sensibilità verso gli altri in gesti concreti.

Per concludere, cosa significa per te essere ISP?
Per me essere ISP significa mettere a disposizione la propria sensibilità, il proprio tempo e le proprie competenze per contribuire a qualcosa che va oltre noi stessi. Ognuno lo fa a modo suo; io provo a farlo attraverso la fotografia. Nel mio lavoro creo ricordi: a volte può sembrare semplice il mio mestiere, ma per le persone che ricevono quelle immagini una fotografia può diventare la testimonianza di un legame affettivo, di un momento importante o della nascita di una famiglia. Per questo vedo un parallelismo naturale con ISP: essere parte dell’Associazione significa sentirsi parte di una grande famiglia e, nel mio piccolo, provare a raccontarla e conservarne i volti.