Domani ci sarà ancora il sole
Ciad, gennaio 2026
In Africa vi è una unica certezza: ogni giorno spunta il sole, e il sole è di tutti. Il resto è regolato dai cicli della natura, dalla resistenza di ogni individuo, dalla fatalità. Da 40 anni sentivo parlare del Ciad perché la diocesi di Novara aveva inviato fin da quei tempi alcuni missionari fidei donum. Con Don Mario Bandera, allora direttore del centro missionario diocesano, sono iniziati i primi approcci verso questo Paese sconosciuto, attraverso progetti di sostentamento, educazione e sviluppo. Il desiderio di conoscere un territorio, descritto come desertico e con condizioni di vita difficili, mi ha sempre attratto.
Ed è giunto il momento di partire con lo scopo di vivere tre settimane con don Nur El Din Nasser e don Fabrizio Scopa, giunti a Bissi Mafou nel gennaio 2018. Con me c’è mio marito Antonio. Il viaggio è molto lungo, altrettanto il trasferimento da N’Djamena (la capitale del Ciad) a Bissi Mafou, su strade accidentate, piene di buche ma anche con qualche chilometro di asfalto. La missione è in piena brousse, una macchia selvaggia, desertica, almeno in questo periodo di secco. L’orizzonte appare lontanissimo, quasi irreale.
Il posto non sembra neppure abitato ma percorrendo stretti sentieri si intravedono le prime case, con il tipico tetto rotondo in paglia. E iniziano gli incontri, in pochi minuti moltissimi bambini arrivano a salutare, e poi se ne aggiungono altri e altri ancora. Una umanità invisibile che si manifesta. Scorrono le giornate velocemente, si inizia alle 6 con la messa, colazione in missione e poi via con la moto a raggiungere villaggi remoti dove il sacerdote può arrivare solo alcuni giorni al mese e dove si può trovare una piccola comunità, una scuola sotto un albero o fatta di canne… Mi risuonano ancora nella mente i nomi dei bambini: Ibasou, Berbang, Falipo, Bikoloum, Fiwohnra, Passolouri, Tersale, Maguenre, Ndaichu…
Don Fabrizio e don Nur hanno un’infinita pazienza, dialogano per delle ore con le persone del villaggio, i responsabili delle comunità sono quasi tutti uomini, si discute sulla catechesi, sui sacramenti, sul valore dell’onestà, della fedeltà e del rispetto, su progetti di pozzi, scuole e chiese. Nulla si fa se non c’è il desiderio e l’impegno vero da parte della comunità. Può succedere che non si rispettino i patti e allora si sospende il lavoro. È un’educazione che tende a dare dignità alla persona, valorizzandola e responsabilizzandola, per arrivare a una completa autonomia.
La gente dei villaggi è poverissima, non mi aspettavo un grado di arretratezza così alto. Si crede ancora nella stregoneria, dilaga l’alcolismo e c’è poco rispetto verso i piccoli e le donne: tutto questo è terreno di lavoro per i nostri missionari. Le donne hanno un ruolo secondario nel contesto rurale, ma portano il carico di lavoro più pesante: crescere i figli, lavorare il campo, cucinare, procurare l’acqua e la legna; questo da sempre è il loro compito, indiscutibilmente. Ho visto donne di 40 anni dimostrarne il doppio; qui mediamente si vive 55 anni.
La gente apprezza la presenza dei missionari e sono in grande aumento i battesimi attraverso un lungo e serio cammino catecumenale. Sono felici quando possono avere la messa, alcuni percorrono anche 10 chilometri, finita la celebrazione sempre gioiosa, con canti e suoni, sanno offrire tutto ciò che hanno, la polenta, un pollo in umido, la birra fatta in casa. Senza fretta si passa la giornata, ma si intuisce che le persone sono orgogliose di ospitare i missionari; la volta dopo toccherà a un altro villaggio, fino al calar del sole quando si monta in moto e si ritorna in missione: i tragitti possono essere anche di oltre un’ora, spesso bisogna scendere e spingere la moto, nel fango, durante il periodo delle piogge che inonda e cancella sentieri e a volte anche ponti.
La stagione delle piogge dura un periodo abbastanza lungo, circa 4 mesi, durante il quale tutto è più faticoso. La pioggia, che è una benedizione, può anche trasformarsi in maledizione: le scuole rimangono chiuse, impossibile andare al mercato, tutto è rallentato, una vita dura. Mi sono sempre chiesta come possano vivere due giovani sacerdoti, e come loro chi li ha preceduti, per 8-10-12 anni in posti del genere: isolati, alla sera non c’è corrente, non si possono scambiare due chiacchiere con un amico, il cibo è minimo, a Bissi Mafou non c’è una piccola rivendita, non ci sono frutta e verdura, non si possono fare scorte quando si va nei centri più forniti perché deperirebbero in fretta con il caldo. Ho pensato tanto a questa condizione, ma vivendo insieme qualche settimana ho capito che la loro scala dei valori va solo in un senso, quello dell’amore incondizionato, dell’appartenenza a un popolo in cammino e della fedeltà al Vangelo.
Tutto questo l’ho colto negli incontri con la gente, nella loro disponibilità, nel dover dire dei no anche se non si vorrebbe, nell’impotenza di fronte a tanta povertà, nel dolore per morti premature o nel vedere ripetersi, nelle giovani, lo stesso destino delle loro madri. Ho visto anche grandi competenze attraverso la costruzione di scuole, centri sanitari, pozzi, chiese, alcune già presenti, altre costruite in questi ultimi anni, finanziate anche da Insieme si può. Le scuole sono un fiore all’occhiello, alcune accolgono anche 500 studenti e sono molto migliori di quelle pubbliche dove gli insegnanti spesso non sono sufficientemente preparati, spesso non sono pagati, assentandosi anche per intere settimane. Con le borse di studio si favorisce la specializzazione ad esempio in ambito sanitario come medici, infermieri, ostetriche, operatori sanitari, e anche insegnanti, sarti, ecc. Ho incontrato diverse ragazze che studiano in capitale o in cittadine come Lerè, Pala, sono ospiti di suore che le accolgono in cambio di qualche loro piccolo servizio nella casa, ma prima di tutto c’è lo studio. Se si trasferissero da sole in una grande città sarebbe la fine, troppi rischi per ragazze che hanno vissuto in brousse. Don Nur, attraverso l’insegnamento al liceo, intuisce quali studenti sono particolarmente dotati per una proposta di borsa di studio che volentieri viene accolta in Italia da donatori che hanno a cuore l’istruzione.
Ho apprezzato il valore della vita comunitaria. Diversi per carisma e carattere, don Fabrizio e don Nur ben si compensano, si aiutano, si supportano. La vita non è facile, il caldo, la stanchezza, i pochi mezzi e anche la solitudine possono influire sull’umore e minare la convivenza: ho apprezzato moltissimo il loro impegno nel rispettarsi, confrontarsi e stimarsi. Don Nur è un accanito studioso di storia, di letteratura, di antropologia, di geografia. Don Fabrizio è molto preciso nella contabilità, un vero e proprio rompicapo perché le rendicontazioni di tanti villaggi non sono mai precise. E poi bisogna seguire i progetti con scrupolosità. Entrambi conoscono il moundang (la lingua del posto) e in questa lingua recitano la messa. Sono felicissimi di ospitare qualcuno in missione, purtroppo in questi 8 anni nessuno ha fatto loro visita se non i giovani di R-Estate in Missione che hanno lasciato un ricordo vivace e indelebile per la loro freschezza e l’entusiasmo con il quale hanno vissuto il loro viaggio africano.
Rientro con il cuore che trabocca di ricordi, colori, suoni, odori, con la gioia di aver vissuto momenti intensi nei quali ci sono state confidenze personali, punti di vista, confronti. Non posso che ringraziare don Nur e don Fabrizio per essere tramiti di un impegno che condivido, ma che per scelte di vita diverse non ho potuto realizzare. Mi hanno permesso di gustarne un pezzettino e questo è stato il motivo principale di questo viaggio. Soko, Soko puli, Jam (grazie, grazie tante, pace).
Franca De Poi – Responsabile Gruppo ISP Vergante (NO)