Padre Davide, parroco della cattedrale di Dodoma, ci convince, senza eccessivo sforzo per la verità, a seguirlo in un safari (viaggio). La meta è il villaggio di Chiwondo, distante un centinaio di chilometri,
dove è in programma una riunione di capi locali che devono decidere in merito alla assegnazione di un pezzo di terra alla Diocesi per realizzarvi una nuova parrocchia.
Partiamo alle 11.00 con a bordo una scorta d'acqua, un po' di banane, ma soprattutto una guida che conosce bene la zona. La prima parte del viaggio si svolge senza problema. Percorriamo, infatti, la statale che collega Dodoma a Dar Es Salaam. Nessun problema neppure sul primo pezzo di sterrato che è ben levigato e privo di buche. A un certo punto, però, troviamo la strada completamente invasa dall'acqua, la cui altezza supera abbondantemente il metro. Siamo alla fine della stagione secca e tutto intorno i segni di sei mesi di siccità sono più che evidenti negli alberi spogli, nel terreno completamente brullo, nelle strade polverose. Ieri sera, però, la città di Dodoma è stata interessata dal primo temporale stagionale: l'acqua caduta è stata così abbondante da aver causato una vera e propria alluvione.
Impensabile proseguire in queste condizioni. È pur vero che disponiamo di un mezzo fuoristrada, ma non sappiamo in che condizioni si trovi il fondo stradale: se ci fosse una buca profonda rischiamo di finirci dentro, con conseguenze facilmente immaginabili. Gli unici che riescono a passare, sia pure a fatica, visto che la corrente è parecchio forte, sono i pedoni, bagnandosi però fino ai fianchi, e i ciclisti che guadano il fiume con la bicicletta caricata sulle spalle. A un certo punto arriva anche una moto che viene trasportata dall'altra parte grazie a quattro persone che si prestano dietro pagamento di una piccola somma.
A convincerci che è meglio cercare di raggiungere Chiwondo attraverso un'altra strada, sia pure molto più lunga e accidentata, è anche il cedimento della macchina della missione di Mbuga, che ora è bloccata sul bordo della strada con il motore fuori uso.
Dopo aver percorso un'altra decina di chilometri di statale, ci inoltriamo nuovamente nei grandi altopiani che caratterizzano il cuore della Tanzania. La strada ben presto si riduce a una pista che si riesce a individuare a fatica. Solo la nostra guida sembra sapere veramente dove stiamo andando. Qui il colore predominante è il rosso. Un rosso intenso, carico, un rosso mattone. Rossa è la strada, simile a un tappeto steso tra campi di terra altrettanto rossa. Rosse sono le piccole e basse case costruite con i mattoni di terra cotta, la stessa terra che viene stesa sui tetti di paglia per isolare la casa dagli infuocati raggi del sole. Rossi, di un colore incredibilmente acceso, sono anche i fiori degli alberi di Jacaranda, che chiamano "alberi del Natale" perché la loro fioritura preannuncia l'arrivo delle feste. Rossastri sono anche i tronchi dei grandi baobab che a migliaia popolano gli altopiani. Alcuni cominciano a presentare dei grandi fiori bianchi, segno premonitore che la stagione delle piogge è ormai vicina.
Dopo oltre tre ore, durante le quali superiamo quello che sembra un susseguirsi infinito di brulle colline, finalmente raggiungiamo la nostra meta.
Chiwondo è un villaggio di poche case, con una piccola scuola elementare, un piccolo negozio di generi alimentari con bar annesso e una donna che, in mezzo alla piazza, vende dei minuscoli mango e degli altrettanto piccoli pomodori. Niente elettricità, niente telefono, niente acqua corrente nelle case. Il pozzo più vicino è a circa 500 metri e tutti i ragazzi devono contribuire ai bisogni della famiglia portando a casa una o più taniche piene d'acqua. Ai margini della piazza è parcheggiato un trattore in attesa che l'arrivo della pioggia dia il via all'aratura dei campi, che si estendono a perdita d'occhio in tutte le direzioni. Qui la terra sarebbe fertilissima, ma la dannazione è rappresentata dalla carenza d'acqua e dal fatto che la pioggia spesso arriva con grave ritardo, compromettendo i raccolti.
Dopo che Padre David ha spiegato la richiesta, i capi locali si riuniscono in una casetta della comunità per discutere il da farsi. Per noi inizia una lunga attesa che ci offre la possibilità di assistere, e di partecipare un poco, alla vita quotidiana del paese: alle chiacchiere delle donne che, con i figli legati sulla schiena, discutono tra loro sedute per terra sotto un albero; al via vai di quelli che si recano al negozietto per acquistare qualcosa da mangiare o al bar per bere una bibita; ai bambini che, uscendo da scuola, creano un momento di confusione e di eccitazione. Pian piano diminuisce la diffidenza della gente nei confronti dei wazungo (bianchi) e, grazie anche alla distribuzione ai bambini di biscotti e caramelle, acquistate nel "mini (ma davvero mini) market", riusciamo a scattare qualche foto con la macchina digitale. La possibilità di mostrare loro l'immagine, ha come conseguenza che tutti vogliono farsi fotografare, per poi ammirarsi in quel piccolo monitor.
Per molti di loro è certamente la prima foto della propria vita. Nelle lunghe ore di attesa, stringo amicizia in particolare con Michael. Rispetto agli altri bambini della sua età non ha timore dei bianchi, mi si avvicina deciso, stringe forte la mano che gli porgo, non esita a salirmi in braccio. Sollecitato dal padre (?) che lì vicino sta tagliando della legna, chiede come mi chiamo e poi mi dice il suo nome. Mi mostra la sua piccola casa rossa, situata ai bordi della piazza. Non mi lascia un istante e spesso lo scopro intento a scrutarmi con i suoi vispi occhioni, contento di poter vivere una giornata particolare, da ricordare e da raccontare agli amici. Ma anche per me questo è un incontro particolare, al punto che parlando con Padre Davide, nasce l'idea di realizzare un asilo per Michael e i numerosi bambini di Chiwondo.
Intanto le ore passano e, man mano che il sole inizia a tramontare, cresce la preoccupazione per la strada del ritorno. È però solo alle sette di sera, quando ormai è buio pesto che, finalmente, la riunione finisce. Padre David è comunque soddisfatto. La gente del villaggio ha accettato la proposta di assegnare alla Diocesi un grande pezzo di terra nel quale verrà costruita una casa per le suore, un asilo, una cappella. Possiamo partire. Visto l'orario e confidando che nel frattempo l'acqua sia ormai scesa a un livello che ci permetta di attraversare il fiume, decidiamo di far ritorno a casa per la strada più diretta. Giunti sul posto, però, ci attende un'amara sorpresa. Il livello è sceso parecchio, ma le luci della nostra auto illuminano anche un grande camion che, bloccato nell'acqua, impedisce il nostro passaggio. Tornare indietro per l'altra strada è a questo punto impensabile: era difficile di giorno, figuriamoci di notte! Si fa molto concreta la prospettiva di dover dormire lì in attesa dell'alba. Intanto, però, grazie anche all'illuminazione fornita dalle luci della nostra auto, vari uomini si danno da fare attorno al camion. Anche l'autista e la nostra guida entrano in acqua e danno una mano a scaricare il pesante carico di sacchi di granturco. Una volta alleggerito del suo peso si pensa di poterlo spingere fuori dall'acqua. La nostra voglia di dare una mano è frenata dal rischio, davvero reale da queste parti, che l'acqua, comunque ancora molto alta, sia portatrice di pericolose malattie epatiche e intestinali. Non ci resta che aspettare fiduciosi, confidando nel buon Dio, al quale rivolgiamo una preghiera, e alla forza e tenacia degli uomini.
Ed ecco che piano piano, metro dopo metro, l'automezzo viene spinto fuori dal fiume e parcheggiato sul bordo della strada. Inserite la quattro ruote motrici passiamo anche noi senza particolari difficoltà. Sono le nove di sera e, mentre facciamo ritorno a Dodoma, una splendida luna piena sembra augurarci il suo "Safari njema".
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