Safari njema è buon viaggio, in lingua swahili. L'abbiamo augurato a Piergiorgio in (ri) partenza per la Tanzania e lo augura lui a noi, ora che è tornato. Un viaggio nel suo viaggio, attraverso i pensieri e le fotografie che, come sempre ha raccolto nei chilometri di strade e di piste rosse percorsi. Un buon viaggio che auguriamo noi a voi tutti, verso il Natale nostro e dei poveri dell'ultimo miglio: prepariamoci a festeggiarlo insieme. La stazione dei pullman di Dar Es Salaam, capitale economica della Tanzania,
è un brulichio incessante di vita. Appena arrivi vieni letteralmente assalito da persone che ti propongono viaggi per ogni dove. Non è facile per Padre Sergio che ci fa da guida, districarsi in mezzo a tante opportunità, ma alla fine la scelta cade su un bus dal nome altisonante e, scopriremo ben presto un po' pretestuoso, di "Super Champion". Il suo aspetto "vissuto" , testimonianza di mille e mille viaggi, è l'unica cosa che ci fa sperare che arriverà a destinazione anche oggi. La cosa strana, e un po' preoccupante, è che, pur essendo il pullman ancora vuoto - da bravi muzungo siamo arrivati con largo anticipo sull'orario presunto di partenza - il motore è già acceso. Scartata subito l'ipotesi che sia per mantenere in funzione l'aria condizionata - l'unica aria e molto calda di cui godremo sarà quella proveniente dai finestrini costantemente aperti - oppure che la partenza sia imminente - in realtà si partirà solo quando tutti i posti saranno occupati - ci viene il sospetto che siano la batteria o il sistema di accensione ad avere qualche problema.Ignoriamo la cosa e prendiamo posto nei sedili assegnatici da un addetto della compagnia, con il quale contrattiamo anche il prezzo del biglietto.
Dopo lunga e animata discussione, durante la quale P. Sergio minaccia di prendere un altro mezzo, alla fine paghiamo 12.000 scellini tanzaniani (6 euro) a testa per percorrere i circa 450 chilometri che dividono Dar Es Salaam a Dodoma, capitale politica del Paese. Poco, molto poco. Scopriremo ben presto che sarà anche poco, molto poco, quello che ci verrà offerto nel corso del viaggio. A incominciare dai posti a sedere, stretti, incredibilmente stretti e scomodi, anzi scomodissimi. Il risparmio sul prezzo del biglietto viene compensato, infatti, dal numero di passeggeri. Il pullman originariamente doveva avere all'incirca una cinquantina di posti che sono stati portati a 80 aumentando da 4 a 5 le poltrone per ogni fila e ravvicinando le file stesse. Alla fine tra regolari, clandestini (persone fatte salire lungo il viaggio), bigliettaio, assistenti dell'autista, a viaggiare siamo almeno un centinaio, ognuno stracarico di bagagli. Ci sono mamme con bambini di ogni età, belle ragazze ma anche donne non certo preoccupate della linea (come faranno a starci in questi sedili così stretti?), uomini in giacca e cravatta, un anziano disabile privo di una gamba. Mentre aspettiamo pazientemente che il pullman si riempia, salgono e scendono anche almeno una ventina di rivenditori di acqua minerale, biscotti, mercanzie varie.
Finalmente si parte. Dopo una spericolata manovra per uscire dalla stazione, ci troviamo immersi nel caotico traffico della città. Mentalmente affido me stesso e tutti i compagni di viaggio alla protezione dell'Onnipotente e dei rispettivi Angeli custodi. So per esperienza che spesso gli autisti dei pullman sono dei veri "pazzi" e che gli incidenti, dovuti alla velocità eccessiva e alle strade dissestate, sono all'ordine del giorno.A fare molto più sul serio è però un distinto signore in giacca e cravatta che, bibbia aperta in mano, inizia a percorre avanti e indietro il corridoio del pullman predicando a voce alta chissà che cosa nella totale indifferenza dei viaggiatori. In swahili ripete a non finire le medesime frasi (così almeno mi sembra) incurante del fatto che nessuno provi un minimo interesse per quello che sta dicendo. Dopo una decine di passaggi mi verrebbe da digli di smetterla ma forse è proprio quello che si aspetta: poter avviare il discorso con qualcuno. Mi trattengo sperando, però, in cuor mio che gli venga a mancare il fiato ben prima del nostro arrivo a destinazione. Convinto di aver esaurito per oggi il suo compito missionario, il predicatore, dopo una mezz'ora, lascia il nostro pullman per salire prontamente su un altro fermo in una piazzuola di sosta. Finalmente non più disturbato dalle sue grida, cerco di dormire un po'. La cosa si dimostra, però, impossibile a causa degli scossoni, della scomodità delle poltrone, dal caldo che diventa sempre più forte. I 27 °C di questa mattina sono ora 35 °C e il sole continua a picchiare forte. Dai finestrini aperti entra aria così calda che sembra quella di un phon.
Siamo di nuovo fermi!. Questa volta, però, non si tratta dell'ennesima sosta per far salire o scendere qualcuno. In queste occasioni il pullman viene preso letteralmente d'assalto da venditori che offrono di tutto. Siamo in aperta campagna e dal retro del pullman esce un fumo nero e puzzolente. La cosa non molto rassicurante e i passeggeri scendono tutti velocemente. Lo facciamo pure noi per capire cosa sta succedendo e anche per sgranchirci un po' le gambe. Gli assistenti dell'autista armeggiano sotto il pullman da cui emergono ogni tanto, sporchi di olio e di fuliggine, per recuperare qualche attrezzo e, infine, alcuni pezzi di una vecchia camera d'aria tagliata in lunghe file. La sosta dura una mezz'ora. Infine si riparte. Evidentemente il problema è stato risolto e ora l'autista inizia davvero a correre. Le vibrazioni dovute alla velocità mettono in luce una altro problema non da poco. La grande vetrata sulla mia sinistra è assicurata al resto del pullman solo da alcuni cordini e dà l'impressione di voler andare per conto proprio da un momento all'altro.
Comunque il viaggio prosegue ancora per una cinquantina di chilometri. Siamo a Morogoro dove è prevista la sosta per il pranzo. L'offerta spazia dalle patate fritte servite in un sacchetto di plastica, agli spiedini di carne, da un piatto di riso condito con erbe ad frittata di patate. Un veloce esame del come e del dove queste cose vengono preparate, ci consiglia di optare per una bibita fresca e un paio di banane. Dopo un'ora si riparte.
I cocenti raggi del sole sono ora filtrati da una sia pur leggera coltre di nuvole. La temperatura diventa più gradevole e ai bordi della strada la vita riprende. Noto tanti bambini che giocano. Ecco lì due ragazze che si scambiano una palla di stracci mentre alcuni ragazzi fanno la lotta su un mucchio di ghiaia. Più in là altri giovani sono impegnati in una partita di pallone. Tre ragazzi sono a bordo di una bicicletta lanciata pericolosamente a tutta velocità lungo una sconnessa stradina. La mancanza di elettricità e quindi l'assenza di televisione, computer, playstation, trasforma il gioco in uno strumento di aggregazione sociale.
Mentre il sole tramonta dietro ad una montagna lontana, intravedo finalmente un cartello con la scritta "Karibu" e l'indicazione stradale che stiamo entrando a Dodoma (benvenuti a Dodoma). Siamo arrivati! Sono quasi le sette di sera e il nostro viaggio è durato più di 8 ore. E mentre dalla schiena arriva la pressante richiesta di un buon letto su cui distendersi, dal cuore sale spontaneo l'augurio "Safari njema Africa"!











