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Il pane nella Borsa
di Francesco De Bon

 

"Alcune stime suggeriscono che negli ultimi mesi circa 44 milioni di persone sono finite in povertà come conseguenza dell'aumento dei prezzi dei beni alimentari che crescono dalla fine del 2010". Mario Draghi, presidente della BCE... Dal giugno del 2010 i prezzi del grano, del mais e del riso hanno subito un aumentato esponenziale, fino a raddoppiare nel 2011, superando così i massimi storici. E secondo la Fao, nel prossimo decennio 2011-2020...

i prezzi dei cereali potrebbero stabilizzarsi a un 20% in più rispetto a oggi e quelli della carne anche del 30%. Paradossalmente, però, la stessa Fao rileva che la produzione mondiale di cibo, oggi, potrebbe sfamare 11 miliardi di persone! L'aumento dei prezzi delle derrate alimentari non risponde, quindi, alla legge della domanda e dell'offerta, dato che che quest'ultima è ampiamente sufficiente. E allora come spiegare questo ennesimo scandalo che provoca la quotidiana strage di 30.000 bambini e condizioni di malnutrizione per circa un miliardo di abitanti del nostro pianeta?

 

L'Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (IPFRI) che redige ogni anno l'Indice globale della fame, individua tre cause: la crescita dell'uso di colture alimentari per i biocarburanti, il cambiamento climatico, ma soprattutto la speculazione dei mercati finanziari.

 

La borsa del pane

Tale speculazione avviene attraverso i tanto citati futures che non sono altro che contratti legati all'andamento di meri indici finanziari, con i quali si stabilisce "oggi" a quale prezzo comprare "domani" un certo bene alimentare, come il grano o il riso. Non importa se quando arriverà il raccolto, quel quantitativo di mais o frumento esista davvero: ben prima della scadenza, infatti, molti di questi futures saranno già stati scambiati con altri titoli. Si tratta, insomma, di vere e proprie scommesse finanziarie giocate sulle materie prime. E sulla vita della gente.

 

Per comprendere la reale dimensione del fenomeno e di conseguenza l'enorme vantaggio per le società finanziarie nell'investire sui beni alimentari, basta considerare che la quantità di denaro impiegata nel settore è aumentata dai 65 miliardi di dollari del 2006 ai 126 del 2011: in soli cinque anni il dato è praticamente raddoppiato. È la nuova frontiera del guadagno in finanza.

 

Ad aggravare tutto ciò, anche e soprattutto dal punto di vista etico (non etico), è il fatto che in questo mercato possiamo intervenire tutti noi, con operazioni anche da soli 50 o 100 euro, magari dalla scrivania di casa, senza farsi troppe domande su chi, dall'altra parte del mondo, a causa anche del nostro piccolo investimento, non potrà più comprare il mais o la soia necessari per sfamare la propria famiglia.

 

La corsa all'oro nel nuovo Far West

Con queste premesse è perfettamente comprensibile il motivo che sta spingendo i paesi più ricchi – con molte risorse, ma pochi spazi per garantire la sicurezza alimentare ai propri abitanti – ad acquistare enormi porzioni di terra, soprattutto in Africa e in Asia, per la coltivazione di cereali. Il far west del nuovo millennio si chiama land grabbing (accaparramento delle terre): Arabia Saudita, Emirati Arabi, Libia, Corea del Sud, India e Cina dal 2001 a oggi, hanno comprato nei Paesi in via di Sviluppo, 227 milioni di ettari di terra, una superficie delle dimensioni dell'Europa orientale! Si pensi che solo nel 2011 la Corea del Sud ha acquistato in Madagascar 13.000 km² di terra: per capirci, il Veneto ne conta 18.000.

 

Cosa fare?

Sono cifre che da una parte impressionano e dall'altra risultano difficili da capire, da concretizzare. Ma chi opera sul campo, vive ogni giorno le drammatiche conseguenze di tutto ciò: vediamo diventare concrete le scommesse della finanza sulla vita della gente. Le notizie che in questi giorni riceviamo dai nostri operatori in Uganda sono estremamente preoccupanti: i prezzi degli alimenti base è aumentato del 30%, i negozi chiudono aprendo alle rivolte, le scuole non riescono più a garantire il cibo agli studenti, la povertà estrema sta condannando sempre più persone.

 

Cosa possiamo fare allora per rendere concreto ed efficace il nostro intervento? È certo ampia e importante l'azione di lobbying da parte di molte organizzazioni anche governative per porre dei limiti al mercato dei prodotti finanziari legati agli alimenti. Ma non basta: è necessario e più urgente ancora, l'intervento in loco attraverso progetti mirati.

 

Gli esperti sostengono che – oltre a rivedere le politiche sui biocarburanti, regolare l'attività finanziaria nei mercati alimentari e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici – "per alleviare gli effetti del caro-cibo bisognerebbe investire nell'agricoltura sostenibile su piccola scala, migliorare le opportunità di sostentamento per la popolazione povera sia rurale che urbana, e potenziare l'offerta di servizi di base come l'istruzione, la sanità e i servizi igienico-sanitari".

 

Proprio in questa direzione si orientano da anni i progetti di "Insieme si può..." contro la fame in Uganda: cibo oggi, sicurezza alimentare domani. Nella prima fase, quella emergenziale, vengono distribuiti generi di prima necessità attraverso metodi controllati. Subito dopo, i beneficiari del progetto – scuole, villaggi, comunità locali – ricevono le sementi e vengono accompagnati da formatori locali nell'avvio di orti, boschi e frutteti, diventando così artefici e responsabili della propria autosufficienza alimentare. Sono le basi solide perché realmente si possa garantire anche agli ultimi della terra – donne, uomini, bambini – il diritto a un piatto di cibo ogni giorno.

 

Scommettiamo che insieme ce la facciamo?

 

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Per approfondire il tema www.sullafamenonsispecula.org

 

Saad è un menhir nero di due metri, un colosso in tuta mimetica con pale al posto delle mani e lune al posto degli occhi. Saad è un tenente colonnello dell'esercito ugandese della missione di peacekeeping AMISON, approvata dalle Nazioni Unite, e marito di una dipendente di ISP in Uganda. È stato lui un giorno a bussare alla porta dell’associazione per avvertirla della strage in atto. La prima mano tesa è stata la sua, di Saad, che ha chiesto ai suoi soldati di dividere le loro razioni con la popolazione. E così è stato.

“Insieme si può...”, poi, ha deciso di intervenire. Servono 65 mila euro per mille famiglie! Non ci sono? Avanti lo stesso, poi si vedrà. Il tenente colonnello Saad ha quindi contattato il mercante somalo che fornisce il vettovagliamento all’esercito ugandese per pattuire i costi. Lui accetta e regala il trasporto: “questo è il mio aiuto”. Con 20 tonnellate di riso, 3.5 mila litri d’olio, una tonnellata di sale, 3.5 di zucchero e 3.5 di fagioli si parte per Mogadiscio. Il capo delle milizie locali chiede di potersi occupare della distribuzione, ma Saad, avvertendo il rischio saccheggio, dice di no: “facciamo noi, grazie”, e rinunciando a distribuire il cibo nel campo base ONU, inizia una distribuzione locale, in viaggio, portando il cibo direttamente nei campi profughi. Ocha, agenzia dell’ONU, cerca di appropriarsi del cibo, per prendersi il merito della prima distribuzione, ma ancora una volta arriva un “no” deciso di Saad. Facciamo noi, grazie.

Poi, da qualche migliaio di chilometri, è arrivata la mano di padre Giuliano, missionario bellunese in Brasile. Lui un aiuto lo ha chiesto alla sua gente, ai suoi poveri di San Paolo. E i poveri, per i poverissimi, in due settimane hanno raccolto 5 mila euro. Cento, duecento, mille, settemila.

Eccole le bocche riempite da Saad, padre Giuliano e “Insieme si può...”. Ne restano 11 milioni novecento novantatre mila.

 
 

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