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Giornata Mondiale dell'Alimentazione
di Piergiorgio Da Rold

 

Il16 ottobre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell'alimentazione. Come ogni anno la FAO (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Agricoltura e l'Alimentazione) ha prodotto il Report annuale sulla fame nel mondo (qui in italiano; clicca sulla mappa per ingrandire). Secondo queste stime il cibo attualmente prodotto nel mondo sarebbe ampiamente sufficiente per tutti. Eppure, sempre secondo la FAO, sul nostro Pianeta un miliardo di persone soffre la fame.

 

Se gli affamati si mettessero uno dietro l'altro con un piatto in mano, la fila sarebbe lunga 20 volte l'equatore oppure 600 volte la distanza Brennero – Palermo. Riuscite a immaginare un serpentone lungo 1300 chilometri formato da file di 600 persone affiancate? Persone di Africa, Asia, America Latina, ma anche persone provenienti dai nostri paesi sviluppati. Persone stremate dalle carestie, colpite nella loro dignità, private del diritto fondamentale all'alimentazione. Di queste, 30.000 muoiono di fame ogni giorno! Sono 1.250 all'ora, 20 ogni minuto, 1 ogni 3 secondi!

 

Ma se la causa delle fame non è nella mancanza di cibo, qual è il problema?

 

Cause naturali
Carestie, siccità, cavallette, difficoltà a conservare le scorte alimentari sono tutti motivi che aggravano la situazione già difficile di tanti paesi poveri, costretti a importare cibo per soddisfare i bisogni nazionali. Ma le vere cause vanno ricercate altrove.

 

Spreco di cibo
La quantità di cibo buttata via ogni anno nel mondo potrebbe sfamare 3 miliardi di persone. Solo in Italia vengono distrutte, sprecate, buttate nei cassonetti, 20 milioni di tonnellate di cibo, sufficienti a sfamare oltre 40 milioni di persone.

 

Speculazione sul cibo e produzione di biocarburanti
Il cibo è diventato oggetto di grande speculazione da parte delle multinazionali del settore che ricavano immensi profitti economici, privilegiando la produzione di mais, soia, riso per ricavarne biocarburante o per l'alimentazione intensiva degli animali.
E che dire delle stufe che bruciano granturco al posto del pellet?

 

Prezzo troppo elevato del cibo
Tutto questo ha come conseguenza che il cibo ha un prezzo troppo elevato e la gente più povera non può permettersi di acquistarne a sufficienza. In Uganda, per esempio, il prezzo del mais e dello zucchero, nell'ultimo anno, è raddoppiato.

 

Cosa fare?
Di fronte a questo enorme problema (che, ricordiamolo, è alla base delle rivoluzioni che hanno interessato molti paesi africani) siamo chiamati tutti a dare una risposta, innanzitutto impegnandoci a non sprecare il cibo e poi aiutando generosamente chi vive situazioni di carestia (vedi in questo momento il Corno d'Africa) e sostenendo quei progetti che si prefiggono di incrementare e migliorare la produzione agricola nei paesi più poveri.

 

0,20 euro: per garantire un pasto a un bambino malnutrito del Karamoja (Nord Uganda).
0,20 euro: la differenza tra la vita e la morte.
0,20 euro: la differenza tra l'indifferenza e la partecipazione.
0,20 euro: l'unità di misura di una società che si dice civile e cristiana mentre lascia morire di fame, nell'indifferenza quasi generale, un miliardo di propri simili.

 

Piergiorgio Da Rold

 

Vai al Rapporto della FAO

Vai alla sintesi da repubblica.it

Scarica la mappa della fame

Saad è un menhir nero di due metri, un colosso in tuta mimetica con pale al posto delle mani e lune al posto degli occhi. Saad è un tenente colonnello dell'esercito ugandese della missione di peacekeeping AMISON, approvata dalle Nazioni Unite, e marito di una dipendente di ISP in Uganda. È stato lui un giorno a bussare alla porta dell’associazione per avvertirla della strage in atto. La prima mano tesa è stata la sua, di Saad, che ha chiesto ai suoi soldati di dividere le loro razioni con la popolazione. E così è stato.

“Insieme si può...”, poi, ha deciso di intervenire. Servono 65 mila euro per mille famiglie! Non ci sono? Avanti lo stesso, poi si vedrà. Il tenente colonnello Saad ha quindi contattato il mercante somalo che fornisce il vettovagliamento all’esercito ugandese per pattuire i costi. Lui accetta e regala il trasporto: “questo è il mio aiuto”. Con 20 tonnellate di riso, 3.5 mila litri d’olio, una tonnellata di sale, 3.5 di zucchero e 3.5 di fagioli si parte per Mogadiscio. Il capo delle milizie locali chiede di potersi occupare della distribuzione, ma Saad, avvertendo il rischio saccheggio, dice di no: “facciamo noi, grazie”, e rinunciando a distribuire il cibo nel campo base ONU, inizia una distribuzione locale, in viaggio, portando il cibo direttamente nei campi profughi. Ocha, agenzia dell’ONU, cerca di appropriarsi del cibo, per prendersi il merito della prima distribuzione, ma ancora una volta arriva un “no” deciso di Saad. Facciamo noi, grazie.

Poi, da qualche migliaio di chilometri, è arrivata la mano di padre Giuliano, missionario bellunese in Brasile. Lui un aiuto lo ha chiesto alla sua gente, ai suoi poveri di San Paolo. E i poveri, per i poverissimi, in due settimane hanno raccolto 5 mila euro. Cento, duecento, mille, settemila.

Eccole le bocche riempite da Saad, padre Giuliano e “Insieme si può...”. Ne restano 11 milioni novecento novantatre mila.

 
 

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