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Intervista a Don Antonio Sciortino
di Alessandro De Bon

 

Riscoprire Matteo. Riscoprirlo in Mubarak, Sharif, Alì, Abdul, Karim... Don Antonio Sciortino posa la stilografica, chiosa un editoriale e racconta. Racconta il suo cristianesimo, quello che ha in mente, che sente nel cuore e che spera nel prossimo. Cos'è una mano nera allontanata? Una bianca negata? Cos'è una messa vissuta con il desiderio che il proprio figlio non riceva la comunione dalle stesse mani che l'hanno servita a un profugo? Cosa un timore, se non la certezza, che "loro" siano malati a prescindere?

sciortino intervistaPerché l'essere profugo, secondo ciechi stereotipi, anticipa l'essere "uomo", semplicemente uomo? «Questo è il cristianesimo d'appartenenza. Il cristianesimo di chi si sente parte di un qualcosa, ma non ne fa la sua via da percorrere giorno per giorno. Questo non è il cristianesimo vissuto nella quotidianità perché se così fosse le parole come uguaglianza e accoglienza sarebbero all'ordine del giorno, la linea guida. Credo proprio che ci sia qualcosa da rivedere nel nostro tipo cristianesimo. Ma tanti cristiani, purtroppo, probabilmente non hanno nemmeno mai letto il vangelo».

Ce lo racconta?

«Il vangelo è Matteo: "ero forestiero e mi avete accolto (Mt 25,35 ndr)". Il rispetto per lo straniero, le porte spalancate al forestiero, sono ciò che contraddistingue il cristiano. Ignorarlo significa tradire il vangelo, farne uno proprio, modellare il cristianesimo secondo comodo; no, il vangelo è scomodo, ma è nella sua scomodità che trova la sua incredibile forza».

Dov'è la Chiesa che sappia raccontarlo come lo sta raccontando Lei?

«La Chiesa purtroppo è chiusa in un silenzio assordante. La comunità ecclesiale balbetta, non dice, tace. Viviamo in un paese in cui le coscienze si stanno sfaldando, in cui il degrado morale ed etico ha raggiunto livelli che mai avevamo conosciuto. E in tutto questo la Chiesa non ha la forza di dire parole coraggiose. Penso a un episodio come quello della scuola di Adro e la mensa vietata ai bambini figli di famiglie in difficoltà. Dov'era il parroco? Cosa ha detto la Chiesa a riguardo? Nulla, silenzio. Perché nessuno dice qualcosa di cristiano?».

Quello era Moretti, e quel qualcosa era di sinistra.

«Ecco, predicare accoglienza oggi significa essere codini di sinistra. Il problema è che in tutto questo i cristiani sono diventati afoni, totalmente. Nella classe politica cattolica attuale non c'è nessuno che rappresenti il Vangelo nel suo operare. Nessuno. I cattolici sono diventati insignificanti. Nel nostro vocabolario l'integrazione è diventata tolleranza. No! La tolleranza è il primo passo verso l'esclusione, la xenofobia. E sì che basterebbe ricordarsi di quando eravamo noi gli albanesi...».

Eppure il panorama geopolitico racconta tutt'altro...

«Com'è possibile non saper osservare il paese? L'Italia è cambiata, è multietnica e multi-culturale. Il 7% della popolazione è straniera, gli immigrati sono parte fondamentale della nostra economia, contribuiscono sensibilmente al 10% della nostra ricchezza. Quella stessa ricchezza che al 50% è detenuta dal 10% della popolazione. La forbice tra ricchi e poveri si sta spalancando, siamo vecchi e nessuno dice nulla. La Chiesa è stata superata dal mondo laico. Penso a film come Terraferma (Crialese, 2011 ndr), o Il villaggio di cartone (Olmi, 2011 ndr). Ci stiamo dimenticando di agire da cristiani e il relativismo è allarmante. Per molti ormai l'integrazione significa aderire ai nostri valori, rinunciare ai propri, alla propria cultura. Ma io mi domando: quali sono i nostri valori? Quali?».

Da che parte andare?

«Quel che conta non è scappare da ciò che ora ci inorridisce, bensì inseguirlo credendo nella sua vera e pura natura. La politica è servizio ed è a questo che bisogna tornare riscoprendo l'impegno nella politica. Paolo VI ha scritto che la politica è una maniera esigente di vivere l'impegno cristiano al servizio degli altri. Bisogna tornare a questo, al vangelo». 

Torniamo al problema delle "guide". Spirituali o civili che siano. Non crede che in un periodo storico in cui l'informazione è capillare e la gestione del sapere a portata di mano, individuale, i giovani stiano decidendo da fare da sé? Di rinunciare a intermediari, a istituzioni quali anche la Chiesa? Di sentire i valori propri, intimi, personali, e non più parte di una "dottrina"?

«La Chiesa ha ancora un'altissima credibilità, ma la mette a rischio nel momento in cui non testimonia i valori su cui è fondata; quando però i giovani sentono la Chiesa vera, non quella di rappresentanza, corrono. La verità è che è finito il tempo dei maestri, c'è bisogno di testimoni. Troppo spesso gli adulti abdicano ai princìpi e si fanno cattivi esempi. C'è bisogno di chi agisca nel silenzio, di chi testimoni con la propria vita e la propria quotidianità cosa significhi essere cristiani; queste sono le figure di cui si sente la mancanza. C'è bisogno di persone come il vostro presidente Mario».

 

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Saad è un menhir nero di due metri, un colosso in tuta mimetica con pale al posto delle mani e lune al posto degli occhi. Saad è un tenente colonnello dell'esercito ugandese della missione di peacekeeping AMISON, approvata dalle Nazioni Unite, e marito di una dipendente di ISP in Uganda. È stato lui un giorno a bussare alla porta dell’associazione per avvertirla della strage in atto. La prima mano tesa è stata la sua, di Saad, che ha chiesto ai suoi soldati di dividere le loro razioni con la popolazione. E così è stato.

“Insieme si può...”, poi, ha deciso di intervenire. Servono 65 mila euro per mille famiglie! Non ci sono? Avanti lo stesso, poi si vedrà. Il tenente colonnello Saad ha quindi contattato il mercante somalo che fornisce il vettovagliamento all’esercito ugandese per pattuire i costi. Lui accetta e regala il trasporto: “questo è il mio aiuto”. Con 20 tonnellate di riso, 3.5 mila litri d’olio, una tonnellata di sale, 3.5 di zucchero e 3.5 di fagioli si parte per Mogadiscio. Il capo delle milizie locali chiede di potersi occupare della distribuzione, ma Saad, avvertendo il rischio saccheggio, dice di no: “facciamo noi, grazie”, e rinunciando a distribuire il cibo nel campo base ONU, inizia una distribuzione locale, in viaggio, portando il cibo direttamente nei campi profughi. Ocha, agenzia dell’ONU, cerca di appropriarsi del cibo, per prendersi il merito della prima distribuzione, ma ancora una volta arriva un “no” deciso di Saad. Facciamo noi, grazie.

Poi, da qualche migliaio di chilometri, è arrivata la mano di padre Giuliano, missionario bellunese in Brasile. Lui un aiuto lo ha chiesto alla sua gente, ai suoi poveri di San Paolo. E i poveri, per i poverissimi, in due settimane hanno raccolto 5 mila euro. Cento, duecento, mille, settemila.

Eccole le bocche riempite da Saad, padre Giuliano e “Insieme si può...”. Ne restano 11 milioni novecento novantatre mila.

 
 

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