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Lontani un corno
di Alessandro De Bon
Che oggi, ora, nello stesso identico minuto in cui leggerete queste righe 12 milioni di persone stiano sfidando la fame per riuscire a esserci ancora, tra venti minuti, lo sanno in pochi. Perché tutto accade laggiù, lontano, oltre la pancia gonfia del nord del mondo, sul corno d'Africa. Somalia, Gibuti, Kenya... dove? A darvi una mano a trovare questo gigantesco angolo buio del pianeta, può essere un vostro vicino di casa. "Insieme si può...", Ong bellunese, è proprio laggiù, sul corno d'Africa.
Con i suoi mezzi, minuscoli se confrontati con i ridondanti numeri delle grandi associazioni umanitarie scritti sulla carta, giganteschi se portati a mano, guardando negli occhi chi li riceve, sta lottando contro una delle carestie più feroci della storia. Impegnata da un anno a Mogadiscio con una missione nel centro scolastico Al Gezira per togliere il "soldato" ai bambini-soldato, missione apprezzata e sostenuta dall'Ambasciata francese, da quando la fame ha sguainato la falce in un attacco d'ira senza precedenti contro chi non aveva nulla più da farsi scippare, se non la vita, ha deciso di fare di più.
Saad è un menhir nero di due metri, un colosso in tuta mimetica con pale al posto delle mani e lune al posto degli occhi. Saad è un tenente colonnello dell'esercito ugandese della missione di peacekeeping AMISON, approvata dalle Nazioni Unite, e marito di una dipendente di ISP in Uganda. È stato lui un giorno a bussare alla porta dell'associazione per avvertirla della strage in atto. La prima mano tesa è stata la sua, di Saad, che ha chiesto ai suoi soldati di dividere le loro razioni con la popolazione. E così è stato.
"Insieme si può...", poi, ha deciso di intervenire. Servono 65 mila euro per mille famiglie! Non ci sono? Avanti lo stesso, poi si vedrà. Il tenente colonnello Saad ha quindi contattato il mercante somalo che fornisce il vettovagliamento all'esercito ugandese per pattuire i costi. Lui accetta e regala il trasporto: "questo è il mio aiuto".
Con 20 tonnellate di riso, 3.5 mila litri d'olio, una tonnellata di sale, 3.5 di zucchero e 3.5 di fagioli si parte per Mogadiscio. Il capo delle milizie locali chiede di potersi occupare della distribuzione, ma Saad, avvertendo il rischio saccheggio, dice di no: "facciamo noi, grazie", e rinunciando a distribuire il cibo nel campo base ONU, inizia una distribuzione locale, in viaggio, portando il cibo direttamente nei campi profughi. Ocha, agenzia dell'ONU, cerca di appropriarsi del cibo, per prendersi il merito della prima distribuzione, ma ancora una volta arriva un "no" deciso di Saad. Facciamo noi, grazie.
Poi, da qualche migliaio di chilometri, è arrivata la mano di padre Giuliano, missionario bellunese in Brasile. Lui un aiuto lo ha chiesto alla sua gente, ai suoi poveri di San Paolo. E i poveri, per i poverissimi, in due settimane hanno raccolto 5 mila euro. Cento, duecento, mille, settemila. Eccole le bocche riempite da Saad, padre Giuliano e "Insieme si può...".
Ne restano 11 milioni novecento novantatre mila.
Vedi le foto dell'intervento in loco di ISP
Lontani un corno. Che oggi, ora, nello stesso identico minuto in cui leggerete queste righe 12 milioni di persone stiano sfidando la fame per riuscire a esserci ancora, tra venti minuti, lo sanno in pochi. Perché tutto accade laggiù, lontano, oltre la pancia gonfia del nord del mondo, sul corno d’Africa. Somalia, Gibuti, Kenya... dove?
A darvi una mano a trovare questo gigantesco angolo buio del pianeta, può essere un vostro vicino di casa. “Insieme si può...”, Ong bellunese, è proprio laggiù, sul corno d’Africa. Con i suoi mezzi, minuscoli se confrontati con i ridondanti numeri delle grandi associazioni umanitarie scritti sulla carta, giganteschi se portati a mano, guardando negli occhi chi li riceve, sta lottando contro una delle carestie più feroci della storia. Impegnata da un anno a Mogadiscio con una missione nel centro scolastico Al Gezira per togliere il “soldato” ai bambini-soldato, missione apprezzata e sostenuta dall’Ambasciata francese, da quando la fame ha sguainato la falce in un attacco d’ira senza precedenti contro chi non aveva nulla più da farsi scippare, se non la vita, ha deciso di fare di più.
Saad è un menhir nero di due metri, un colosso in tuta mimetica con pale al posto delle mani e lune al posto degli occhi. Saad è un tenente colonnello dell'esercito ugandese della missione di peacekeeping AMISON, approvata dalle Nazioni Unite, e marito di una dipendente di ISP in Uganda. È stato lui un giorno a bussare alla porta dell’associazione per avvertirla della strage in atto. La prima mano tesa è stata la sua, di Saad, che ha chiesto ai suoi soldati di dividere le loro razioni con la popolazione. E così è stato.
“Insieme si può...”, poi, ha deciso di intervenire. Servono 65 mila euro per mille famiglie! Non ci sono? Avanti lo stesso, poi si vedrà. Il tenente colonnello Saad ha quindi contattato il mercante somalo che fornisce il vettovagliamento all’esercito ugandese per pattuire i costi. Lui accetta e regala il trasporto: “questo è il mio aiuto”. Con 20 tonnellate di riso, 3.5 mila litri d’olio, una tonnellata di sale, 3.5 di zucchero e 3.5 di fagioli si parte per Mogadiscio. Il capo delle milizie locali chiede di potersi occupare della distribuzione, ma Saad, avvertendo il rischio saccheggio, dice di no: “facciamo noi, grazie”, e rinunciando a distribuire il cibo nel campo base ONU, inizia una distribuzione locale, in viaggio, portando il cibo direttamente nei campi profughi. Ocha, agenzia dell’ONU, cerca di appropriarsi del cibo, per prendersi il merito della prima distribuzione, ma ancora una volta arriva un “no” deciso di Saad. Facciamo noi, grazie.
Poi, da qualche migliaio di chilometri, è arrivata la mano di padre Giuliano, missionario bellunese in Brasile. Lui un aiuto lo ha chiesto alla sua gente, ai suoi poveri di San Paolo. E i poveri, per i poverissimi, in due settimane hanno raccolto 5 mila euro. Cento, duecento, mille, settemila.
Eccole le bocche riempite da Saad, padre Giuliano e “Insieme si può...”. Ne restano 11 milioni novecento novantatre mila.
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