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...tra tante, tante, tante...
di Francesco De Bon
Peter ci ha chiesto dei vestiti e sta mattina l'ho accompagnato in magazzino. Ha bisogno di un giaccone, subito, per questi giorni freddissimi: il suo, logoro e di un colore indistinto, ha anche qualche... presa d'aria. Forse per attenuare l'odore pesante che copre. Peter puzza tanto, infatti, ma non gliel'ho detto. In realtà stavo per farglielo notare, così, per dargli un consiglio: è la prima cosa che infastidisce le persone che hai intorno
soprattutto se devi vendere qualcosa. E tra l'altro alimenta il commento, greve: "beh, sì, loro hanno un odore diverso dal nostro". Ma non gliel'ho detto, per rispetto. In ogni caso che senso ha, Peter sa benissimo che non profuma: è povero, mica ha perso l'olfatto.
È entrato in ufficio timido e imbarazzato: è la prima volta, mi dice, che è costretto a chiedere addirittura i vestiti. Fino a un anno fa lavorava come operaio specializzato in collaudo di schede elettroniche: un buon stipendio che gli permetteva di mandare spesso soldi alla sua famiglia in Nigeria, un appartamento dignitoso, un'auto usata.
Ora gli è rimasta solo questa ed è diventata la sua casa.
Parcheggiata in un piazzale, di notte è costretto a tenerla accesa per riscaldarsi, ma ora ha finito la benzina. Il resto della sua roba, compreso il passaporto, è sotto il letto in cui dormiva fino a pochi giorni fa, sub affittato a 250 euro al mese. Il proprietario ha cambiato la serratura e fino a che Peter non gli pagherà almeno un mese di affitto dei quattro scoperti, non gli permetterà di andare a riprendere le sue cose. Così gli rimangono quelle che ha addosso.
Il secondo piano del magazzino è stracolmo di vestiti. Più Peter si guarda intorno, più aumenta la sua impazienza di metterci le mani sopra. Non sa da che parte iniziare, è incredulo che possa davvero prenderne alcuni e addirittura scegliere quelli che più gli piacciono. Quando, però, inizia a rovistare in uno scatolone di vestiti per bambini gli faccio notare che quella roba è troppo piccola per lui. Mi risponde di no, che gli va bene. Un po' sostenuto e col dubbio che la voglia rivendere (non può, gli fanno la multa e odio le bugie), insisto: ti vanno stretti! Si alza allora il giaccone puzzolente e scopre – ha solo una maglietta sotto – una vita stretta che la posso circondare tutta con le mani. Ecco, uno a zero per lui.
Ammucchia tanti vestiti, un po' troppi e lo fermo, temendo ancora che abbia intenzioni di venderli: cosa te ne fai di tutta sta roba? Non sai neanche come portarla via. Mi guarda fisso negli occhi, per la prima volta sorride e mi dice che quei vestiti sono per i suoi fratelli piccoli, quattro, che stanno in Nigeria. Radioso, di ognuno mi mostra la foto. Due a zero. Troviamo due vecchi borsoni da calcio e li riempiamo all'inverosimile di roba, per chiudere le cerniere ci sediamo sopra, ridendo. Le portiamo fino in stazione – lo aspetta un amico con un furgone – distruggendoci le mani.
Peter ha vinto oggi. Ha vinto dei vestiti, un po' di ascolto, due battute scambiate insieme sul suo paese. Ha vinto l'orgoglio di poter spedire i vestiti ai suoi fratelli, ha sconfitto la sconfitta di non essere più riuscito a farlo in tutti questi mesi. E ha vinto, due a zero, anche contro il mio, seppur piccolo, pregiudizio.
È una storia tra le tante, tante, tante che ascoltiamo tutte le settimane. La crisi miete vittime ogni giorno, non continuate a raccontarci bugie. E le vittime sono come Peter che fa poco rumore ed è più facile non accorgersene. Voi però lo sapete benissimo, è vostro dovere informarci. Voi che amministrate la cosa pubblica, venite a trovarci un venerdì in ufficio ad ascoltare anche solo una di queste storie, vi invitiamo per davvero. Forse a qualcuno verrà meno voglia di prenderci in giro e più voglia di fare il proprio dovere.
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